Sul Segretario di Stato mons. Pietro Parolin

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Sul Segretario di Stato mons. Pietro Parolin

Molti in questi giorni mi hanno chiesto se conosco mons. Pietro Parolin, attuale arcivescovo nunzio pontificio a Caracas, in Venezuela proveniente dal clero di Vicenza. Prendo volentieri spunto da queste domande per commentare, una volta tanto, una notizia lieta e lo faccio presentando una lettera che gli ho rivolto in questi giorni

 

Caro don Pietro, all’annuncio della tua nomina al nuovo compito che papa Francesco ti ha affidato, il mio pensiero è andato al Salmo 84 che tu hai scelto di commentare come piccola esercitazione nel Corso sui Salmi quando frequentavi il 4° anno di teologia nel Seminario di Vicenza nell’anno scolastico 1977/78, salmo che si apre con questa esclamazione: “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore”. E’ il grido di gioia del pellegrino che si mette in viaggio verso il santuario di Gerusalemme. La gioia scaturiva dal fatto che quel santuario era simbolo della presenza e dell’incontro col Dio vivente. “Beato chi abita la tua casa, sempre canta le tue lodi”. Ti auguro che il tuo giungere per ora a questo servizio al Signore, in questo ambito della sua Chiesa, sia segnato dalla santità di vita, dalla docilità alla voce del Signore accolta nella preghiera, dall’esperienza e sapienza della fede coltivata con costanza e pazienza nella tua vita, dalla disponibilità all’ascolto umile e attento degli uomini, dal senso di distacco e modestia che ti ha portato a vivere i tuoi compiti non come potere personale, ma come servizio. “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”. Il tuo cammino vocazionale che hai deciso di seguire e che hai seguito in questi 33 anni di sacerdozio, so che ti ha visto passare anche qualche momento “per la valle del pianto”, come dice ancora il salmo. Ora il tuo pellegrinaggio prosegue nella tua nuova missione, che non mancherà di passaggi difficili, ma ancora con quel salmo ti ricordo che “Sole e scudo è il Signore Dio. Il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina con rettitudine”. La meta del nostro pellegrinaggio è ben oltre il posto dove il Signore ci chiama a servire i fratelli, e il godimento dell’incontro con Lui è oltre il tempo. Ma volevo sintetizzare quanto ho potuto conoscerti in questi circa 45 anni (ti ricordi che nei primi mesi del mio sacerdozio, nell’estate del 1971, sono venuto a Schiavon in aiuto al tuo parroco di allora don Augusto Fornasa, a causa della sua malattia, e tu giovane seminarista venivi fedelmente a messa) proprio nella parola del salmo “a chi cammina con rettitudine”. Negli anni della tua formazione seminaristica, dal 1976 al 1980 abbiamo condiviso il percorso formativo, quello scolastico per i corsi di Sacra Scrittura, quello pastorale nella parrocchia di Campedello in Vicenza, dove anch’io prestavo servizio partendo dal Seminario, come anche le fatiche e le gioie del tuo ministero diaconale e del primo ministero presbiterale in quel di Schio. Mi ricordo pure di quella telefonata estiva che ti vedeva in ansia sulla decisone da prendere se accogliere l’invito di passare all’Accademia pontificia dopo il primo o secondo anno di studi alla Gregoriana, passaggio per il quale il vescovo Onisto ti lasciava libero, anche se non ne era pienamente convinto! E mi fermo qui, anche se tanti sono i ricordi che vengono alla mente. Non lasciarti prendere dai rumori e dalle molte chiacchiere che anche in questi giorni non mancano nei confronti della Chiesa e degli uomini di chiesa che più sono in vista. Ti auguro solo di continuare a “camminare con rettitudine”, con l’umiltà, l’amabilità e la modestia, motivate nella fede e sostenute con la preghiera, di cui hai dato bella testimonianza in questi anni. Così, insieme con papa Francesco, contribuirai oggi a ‘rinnovare’ il volto della Chiesa. Se posso, richiamando il servizio di animatore e insegnante negli anni del seminario, ti invito a pregare ogni giorno il salmo 132 che ti è congeniale ma che rimane sempre una meta da raggiungere, specie nel tuo nuovo ministero: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado cercando cose grandi superiori alle mie forze. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia. Israele attenda il Signore, da ora e per sempre”.

Un cordiale saluto e augurio, + Adriano

 

 

da NUOVA SCINTILLA 33 dell’8 settembre 2013